Uno sguardo Esperto

Il Transfert

Il termine Transf

Transfert

Il termine Transfert, dal latino “transfĕrre” ovvero trasferire, presenta diverse declinazioni a seconda del contesto a cui si fa riferimento; in psicologia generale, e con particolare riferimento ai problemi dell’apprendimento, con tale termine si indica quel fenomeno di “trasferimento” che facilita nuove acquisizioni quando altre si siano già verificate.

In questo caso si parla di Transfert Interemisferico, per riferirsi all’acquisizione di un condizionamento, precedentemente stabilito in relazione a un solo emisfero cerebrale, anche da parte dell’altro. In Psicoanalisi, tale concetto sta invece ad indicare un processo di trasposizione inconsapevole, durante l’analisi, sulla persona dell’analista, di sentimenti e di emozioni che il soggetto sentì in passato nei riguardi di persone importanti della sua infanzia.

Sigmund Freud, nel 1895, fu il primo a usare il termine Trasfert nel tentativo di far scoprire ai propri pazienti il legame tra i sintomi e sentimenti attuali, da un lato, ed esperienze passate dall’altro. Freud riteneva infatti che la “dissociazione” dalla coscienza di esperienze passate così come dei sentimenti ad esse connesse fosse la base per lo sviluppo della nevrosi. Rispetto a queste modalità messe in atto dal paziente Freud si rese conto che “l’analizzato non ricorda assolutamente nulla degli elementi che ha dimenticato o rimosso, e che egli piuttosto il mette in atto. Egli riproduce quegli elementi non sotto forma di ricordi, ma sotto forma di azioni; li ripete, ovviamente senza rendersene conto”. In questo contesto Freud rilevava come i pazienti fossero propensi a sviluppare quindi legami affettivi nevrotici nei confronti dei loro medici e riteneva tale aspetto come un ostacolo al trattamento. 

Successivamente, nel 1912, operò una distinzione tra Transfert Positivi e Transfert Negativi, apportando un’ulteriore suddivisione dei Transfer Positivi in quelli che erano d’aiuto al lavoro terapeutico e in quelli che lo ostacolavano. I Transfert Negativi erano invece considerati come la trasposizione di sentimenti ostili contro il terapeuta, la cui manifestazione estrema si presentava nei casi di paranoia, ma spesso in una forma più “morbida” potevano coesistere con il Transfert Positivo.

Freud riteneva anche che le caratteristiche del Transfert di un paziente fossero connesse agli aspetti della sua nevrosi, e non fossero quindi semplicemente un risultato del processo analitico. Solo un paio d’anni più tardi si rese conto che il Transfert poteva essere anche letto e interpretato come Fattore Terapeutico. Rispetto a queste posizioni antitetiche, è bene comprendere le motivazioni che spinsero Freud a sostenere e successivamente sconfermare alcune sue posizioni. Inizialmente Freud attribuì all’analisi il compito di rievocare i ricordi rimossi nel tentativo di riempire le lacune della memoria; se dunque il Transfert consisteva nella ripetizione del passato e non nel ricordare il passato, si può comprendere perché egli inizialmente lo concepì come un ostacolo della terapia.

La lettura che Freud forniva a tale modalità era quella di resistenza all’analisi, proprio perché si opponeva alla rievocazione del rimosso infantile. Successivamente, notò che il Transfert si presentava anche come modo privilegiato di cogliere “a caldo” e nel presente la problematica personale del paziente, attraverso una riedizione degli impulsi amorosi, occulti e dimenticati.

Estratto dell'articolo della dott.ssa Giorgia Lauro - Prosegui nella lettura dell'articolo


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